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Il referendum costituzionale



Costituzione Pagina pubblicata il 16 ottobre 2016, ultimo aggiornamento 9 dicembre

Indice


Alla pagina generale sulla politica italiana




Dopo il voto

Dunque si è votato, ed il NO ha prevalso in modo netto (60/40). Per ora la mia previsione che Renzi non si sarebbe dimesso si è rivelata sbagliata, ma resta da vedere se non ce lo ritroveremo in un'altra veste. Certo non pensavo che l'affermazione del NO fosse così netta.

Tra i molti commenti e interpretazioni del risultato, vorrei segnalare come errata e direi offensiva (per i sostenitori del no) quella per cui chi ha votato sì ha agito "col cervello", chi ha votato no "con la pancia". Ora, è possibile che molti, in entrambi gli schieramenti, abbiano votato "con la pancia", ma se si analizzava la questione in modo razionale si doveva votare NO. Tanto che i veri esperti, ad esempio il prof. Gustavo Zagrebelsky, si erano espressi chiaramente.

Personalmente non ne ho fatta una questione di schieramento ed ho esaminato la materia in modo diretto, nell'articolo che trovate sotto senza ulteriori modifiche. Perché si trattava della Costituzione, non di un provvedimento su questo o quello. Come fossero composti gli schieramenti, francamente, non aveva nessuna importanza di fronte alla necessità di evitare che la Costituzione fosse modificata in modo inaccettabile.

E ora, chi lo desidera può leggersi qui sotto quello che avevo scritto prima del voto.

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Introduzione

E' stata fissata finalmente, al 4 dicembre 2016, la data del referendum con il quale i cittadini dovranno esprimere il loro parere vincolante sulla riforma costituzionale "Renzi - Boschi". Penso che sia ora indispensabile esprimersi con chiarezza su una questione di tale importanza: si tratta infatti di modifiche complesse e profonde alla Costituzione della Repubblica, che riguardano formazione e funzioni delle camere prima di tutto, ma si estendono ai poteri delle regioni ed altre questioni minori ma comunque significative.

Premetto qui che sono contrario a questa riforma e ne spiegherò dettagliatamente i motivi. Comunque penso che ognuno debba studiarsela e formare il proprio parere in modo autonomo, perciò aggiungo subito il link ad una tabella che presenta il testo vigente e le modifche sottoposte ora al referendum fianco a fianco - una presentazione ovviamente utile ed anzi necessaria, che però pochi stanno mettendo a disposizione.

A chi dicesse che il testo effettivo della costituzione è cosa per costituzionalisti o almeno giuristi, e i cittadini fanno meglio a leggerne versioni semplificate, faccio notare che la Costituzione, come testo fondamentale della Repubblica che si vuole democratica, deve essere accessibile direttamente a tutti. La Costituzione originale era scritta volutamente in modo comprensibile a chiunque e se questa revisione la rende illeggibile ai "non addetti ai lavori" allora deve essere bocciata già solo per questo. Ne riparliamo più avanti.

In ogni caso, trovate qui la tabella di confronto.

Aggiungo il riferimento all'articolo di Uovonuovo su questo stesso argomento.

Sottolineo qui che le mie considerazioni riguardano la riforma costituzionale e nulla hanno a che vedere col governo e la sua continuità. La Costituzione è la legge fondamentale che fissa le regole base della Repubblica, non un provvedimento su un tema specifico. Pertanto non si può e non si deve legare al governo in quanto tale.

Insomma il referendum è sulla Costituzione, non sul governo Renzi, non fatevi fuorviare.

Non penso assolutamente che il governo si dimetterà in caso di vittoria del NO, come a volte Renzi dice ed a volte smentisce. Faccio qui una previsione precisa, vedremo se mi sarò sbagliato.

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Un contesto di dubbia legittimità

Tanto per cominciare, una riforma costituzionale di questa importanza è nata in un modo inaccettabile. Infatti è stata discussa e votata da un parlamento che, in base ad una sentenza della Corte Costituzionale, è stato eletto con una legge non conforme alla Costituzione vigente.

Giuridicamente questo parlamento rimane legittimo e tali rimangono i suoi atti. La sentenza della Corte infatti non annulla la validità dell'elezione avvenuta con la legge dichiarata incostituzionale. Se le elezioni avvenissero oggi, però, si dovrebbe applicare una legge dalla quale sono stati cancellati gli articoli incostituzionali.

Ma al di là delle considerazioni giuridiche, dal punto di vista politico è evidente che un parlamento eletto con una legge bocciata dalla Consulta si sarebbe dovuto limitare a promulgare una nuova legge elettorale (da intendersi come provvisoria) per poi sciogliersi.

Al contrario, questo parlamento è ancora in carica ed ha anzi varato nientedimeno che una profonda riforma della Costituzione.

Questa circostanza è palesemente contraddittoria e inaccettabile. Un parlamento che per qualunque persona ragionevole dopo la sentenza della Corte costituzionale non avrebbe dovuto fare altro che preparare il proprio scioglimento oltre a gestire le necessità impellenti, cambia invece addirittura la legge fondamentale della Repubblica!

Per me questo è in sostanza un colpo di stato, realizzato senza violenza.

Aggiungiamo che l'attuale maggioranza di governo si è formata con un processo puramente parlamentare, senza che la volontà degli elettori sia stata considerata. Questo sarebbe normale in una repubblica parlamentare, ma qui parliamo di un parlamento eletto con una legge incostituzionale che vuole ora cambiare la Costituzione, sotto la spinta di questo governo.

Io penso che una riforma costituzionale così profonda debba nascere per mezzo di una vera e propria fase costituente, scaturendo da un vasto consenso all'interno di un'assemblea eletta senza trucchi maggioritari, vale a dire con un metodo proporzionale puro. Non si tratta di dare efficacia al governo, ma di fissare le regole di base della Repubblica!

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Troppe questioni per una sola domanda

Questa riforma è molto articolata e complessa. Personalmente la dividerei in tre parti:

  1. Riforma del Senato
  2. Riforma dei rapporti Stato/regioni
  3. Varie

Ciascuna delle prime due parti meriterebbe una trattazione indipendente. Nelle varie metterei le modifiche minori, come quelle sul quorum per i referendum popolari e quella sulle leggi di iniziativa popolare.

E' evidente che davanti a questa complessità è normale e lecito avere un parere articolato. Non c'è nessun motivo per cui un elettore non possa essere ad esempio contrario alla riforma del Senato ma favorevole a quella dei rapporti con le regioni. Le questioni che ho chiamato minori sono comunque importanti ed indipendenti dalle due principali e tra loro.

La richiesta di sottoporre a referendum questioni più semplici ed indipendenti mi sembra del tutto lecitoa ed anzi logica. Ma non lo si farà, con il pretesto formale che la legge costituzionale è una sola.

Mi sembra chiara la volontà di presentare un pacchetto indivisibile, per far accettare le parti meno condivisibili in cambio di alcune concessioni, come la riduzione del quorum per i referendum abrogativi (alla quale sarei favorevole in generale).

Visto che il pacchetto è unico, tanto vale concentrarsi sulla parte più importante, che è senz'altro la riforma del Senato. Quella sui rapporti stato/regioni è una vera controriforma: cancella di fatto parzialmente il risultato di riforme precedenti che avevano allargato i poteri delle regioni.

Si tratta di un argomento importante anch'esso, ma siccome dobbiamo votare su un pacchetto unico, ci si deve concentrare sulla questione di maggiore importanza: se anche ci piacesse quanto proposto su altri punti, non possiamo per questo accettare di cambiare quanto non andrebbe cambiato - o andrebbe cambiato diversamente - sul punto principale.

Questo modo di ragionare dipende appunto dal fatto di dover votare il pacchetto nel suo insieme, prendere o lasciare.

Sottolineo che per me presentare all'elettorato un pacchetto eterogeneo da accettare o respingere in toto è un'offesa agli elettori.

Si tratta dunque di un secondo motivo, sia pure meno decisivo, per non vedere con favore questa riforma.

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Una riforma scritta male

Mi concentrerò ora, per i motivi che ho spiegato nel paragrafo precedente, sulla riforma del Senato.

Prima però di affrontarne i contenuti, è necessario parlare della forma, intesa come il tipo di linguaggio e di formulazione dei nuovi articoli.

Tra i commenti alla riforma che mi è capitato di leggere, ci sono quelli per cui è necessario spiegarla in modo comprensibile a chi non è costituzionalista o almeno giurista.

Ebbene, la Costituzione non è una legge di argomento specifico, destinata solo ai professionisti del diritto o ai tecnici del settore: si tratta invece della legge fondamentale della Repubblica, che deve essere comprensibile per tutti i cittadini.

Se leggiamo la Costituzione originale del 1948, non possiamo non accorgerci che era scritta con questo concetto bene in mente: frasi brevi, chiare, pochi rimandi, linguaggio diretto e comprensibile. Chi la scrisse aveva ben chiaro che doveva renderla comprensibile a tutti.

Leggiamo ora il nuovo articolo 70, quello che definisce il processo legislativo e le prerogative delle due camere. Quello originale era di due righe. Il nuovo è almeno due pagine di testo, scritto con frasi lunghissime, rimandi ad articoli e commi, prescrizioni procedurali dettagliate.

Avremmo dovuto trovare, per la definizione dei compiti distinti delle due camere nella formazione delle leggi, una descrizione chiara, organica e comprensibile. Invece abbiamo un elenco che mescola di tutto, tra citazioni incrociate varie di articoli e commi.

Non c'è da stupirsene, dato che tutte le leggi che vengono prodotte in questi tempi sono altrettanto illeggibili, col risultato di essere applicabili poco e male e di richiedere mille interpretazioni, sucitando mille contenziosi. Stanno trasformando la Costituzione in una delle solite malfatte leggi ordinarie.

E pensare che il titolo della legge costituzionale parla di semplificazione! Questa è una complicazione inverosimile per una costituzione.

Un'altra parte della riforma va a modificare i rapporti tra Stato e Regioni (art. 117). Qui l'articolo in vigore è già il risultato di riforme precedenti, e si vede: è già scritto in quel linguaggio farraginoso di cui abbiamo detto. Le riforme precedenti vengono modificate, rimanendo sul piano delle solite leggi porcheria che si producono in questo secolo sventurato.

L'esperienza nell'applicazione della riforma precedente ha già mostrato che sucitava infiniti contenzionsi, dato il modo farraginoso in cui erano definiti i limiti dei poteri legislativi statali e regionali. La nuova riforma vorrebbe porre rimedio a questa situazione tra Stato e Regioni, ma ne crea una simile tra Senato e Camera dei Deputati!

In conclusione, la riforma è scritta male e complica le cose invece di semplificarle già dal punto di vista della forma.

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Obiettivo: tutto il potere al Governo

Come dicevo, il commento riguarda soprattutto la riforma del Parlamento. Siccome si tratta della parte più importante di una riforma molto complessa e articolata, che dobbiamo però accettare o respingere in toto, la decisione deve essere presa guardando agli aspetti essenziali. La riforma del Parlamento è chiaramente più importante di quella dei rapporti Stato/Regioni o delle altre minori.

Prima di tutto, rendiamoci conto che il Senato non viene abolito, come molti credono.

Il nuovo Senato (art.55) non rappresenta più la nazione, ma le "istituzioni territoriali". Non dà più la fiducia al Governo, questo compito spetta ora solo alla Camera. Si occupa però dei rapporti con L'Unione Europea, che evidentemente deve essere di interesse regionale. Poi partecipa al processo legislativo solo nei casi esplicitamente detti più avanti, nell'Art. 70 già citato.

Il nuovo Senato ha meno membri (100 contro 315) e non è più elettivo, almeno in senso diretto. I senatori sono rappresentanti eletti in ambito locale che hanno già un altro ruolo: consiglieri regionali o sindaci. Essere consiglieri regionali o sindaci non deve essere considerato così importante, se hanno il tempo di ricoprire tale ruolo e fare anche i senatori. O non è importante fare i senatori?

La modalità con cui sono effettivamente scelti i senatori è lasciata ad una legge ordinaria. Resta quindi indefinito, per ora, come sarà scelto ad esempio il sindaco (uno per regione). Il Piemonte manderà il sindaco di Torino o quello di Villar Perosa? Per ora non si sa.

I senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica non sono più a vita ma durano in carica 7 anni, senza possibilità di estensione. Evidentemente i senatori a vita davano fastidio, essendo le uniche persone di cultura presenti in Parlamento.

Nell'articolo 63 emerge la consapevolezza che i senatori potrebbero avere altro da fare, quando ora si dice che nel nominare Presidente ed ufficio di presidenza il Senato deve tener conto dell'esercizio delle funzioni di governo locale. Ma vale evidentemente solo per il Presidente del Senato, gli altri senatori restano hobbisti.

Si introduce il dovere di partecipare alle sedute, che forse non era esplicitato prima perché i gli estensori del '48 pensavano che i parlamentari dovessero essere consapevoli dell'importanza del loro incarico.

L'art. 67 ribadisce l'assenza del vincolo di mandato, e ci mancherebbe, essendo il parlamento che lo ha votato certamente lontano da quanto avevano in mente gli elettori. Ma sparisce l'indicazione che ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione - perché i senatori non la rappresentano più. Non sono nemmeno pagati, come si dice più avanti, dato che hanno già i loro incarichi locali. Insomma, abbiamo un Senato di hobbisti che fanno i senatori nel tempo libero. Però intervengono, a volte, nel produrre le leggi.

L'articolo 70 definisce dove e come il Senato del tempo libero partecipa al processo legislativo. Come dicevo prima, è un articolo difficile da leggere per la forma in cui è scritto. Ma la forma dipende anche da un contenuto raffazzonato e confuso, al quale non si riesce a dare un senso logico. Un'assemblea che non rappresenta la nazione ma gli enti locali (che non sono italiani?) partecipa ad una serie di cose alquanto eterogenea. Ad esempio partecipa alla revisione della Costituzione - ma questa è una vera contraddizione, perché se si dice che i senatori non rappresentano la nazione (modifiche art. 55 e 67), come possono contribuire alle revisioni della Costituzione?

Poi partecipa alle leggi di attuazione delle direttive europee, ma quindi le politiche europee sono di rilevanza regionale e comunale più che nazionale?

Ha poi solo 10 giorni (per un'assemblea di gente che ha altro da fare può essere un problema) per pronunciarsi sulle leggi con cui la Stato si sovrappone alle regioni per ragioni di interesse nazionale, almeno è quello che ho capito io inseguendo i rimandi. In generale il Senato ha stretti limiti di tempo per deliberare sulle leggi di sua competenza, poi vale il silenzio assenso: scaduti i termini di intervento del Senato, la legge si promulga comunque. Insomma, i senatori non devono rompere le scatole dove conta, se non si pronunciano non importa.

In sostanza il nuovo Senato è sentito come inutile e potrebbe essere abolito e basta, e non si capisce in realtà perché non lo sia.

O forse si capisce, considerando che la mancata abolizione di una camera ne salva tutta la struttura, anche se si riduce il numero dei membri eletti. E la sbandierata riduzione dei costi si dimostra fasulla, fumo negli occhi: non è certo lo stipendio dei senatori che manda in rovina la Repubblica. Anche se i senatori diventano hobbisti non pagati, tutta la struttura del Senato con i suoi costi rimane.

Giunti a capire che il Senato non è abolito ma è un'inutile assemblea del tempo libero, notiamo come cambia il processo legislativo vero, che coinvolge la Camera dei Deputati.

Il nuovo art. 72 dà al Governo, per la maggior parte delle leggi, la possibilità di imporre alla Camera una procedura accelerata per l'approvazione delle leggi che sono considerate (dal Governo stesso) essenziali per il programma.

Insomma, la Camera deve sbrigarsi ad approvare le leggi del Governo, che non ha tempo da perdere.

Vorrei far notare, per inciso, che la procedura d'urgenza esisteva già, ed era quella del decreto legge. Le leggi non d'urgenza si devono discutere approfonditamente, prima di approvarle.

A me sembra infatti che le leggi siano qualcosa di serio, che deve essere adeguatamente approfondito, cosa che una sola camera nel contesto italiano potrebbe non fare. Se infatti si adotta una legge elettorale maggioritaria, come il famoso "Italicum", ogni legge voluta dal Governo passerà senza discussione.

Ma il potere legislativo appartiene o no al Parlamento? Evidentemente la riduzione del ruolo del Senato che abbiamo descritto serve appunto, unita a nuove regole procedurali che consentono al Governo di accelerare l'approvazione delle proprie proposte, a portare ad un Parlamento-timbrificio, che appone il sigillo sulle leggi del Governo.

In sostanza, questo è il vero punto cruciale: un aumento dei poteri del Governo e la riduzione della Camera, affiancata da un Senato inutile che spesso non interviene nemmeno, alla funzione di sottoscrivere al più presto quello che vuole il Governo.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri diventa più potente, ad esempio, del Presidente degli Stati Uniti. In effetti in America comanda il Congresso, che ha due camere vere, non il Presidente, come molti credono. Un Presidente che ha perso la maggioranza del Congresso non perde l'incarico, ma diventa un "lame duck" ("anatra zoppa") che non può fare quasi nulla, dato che i cordoni della borsa sono nelle mani del Congresso e non nelle sue. Ma anche se teoricamente ce l'ha, deve convincere senatori e deputati a votare le sue proposte, e non è facile perché ogni senatore ed ogni deputato, anche se è del suo partito, risponde ai suoi elettori, e magari ai finanziatori della sua campagna elettorale, ma non a lui.

Vorrei sottolineare, inoltre, che non è affatto vero che oggi il processo legislativo è troppo lento: le leggi a cui la maggioranza tiene veramente passano sempre assai in fretta. Resta da considerare che in Italia non abbiamo bisogno di più leggi, ne abbiamo già troppe: semmai occorre sfrondare la legislazione esistente con abrogazione di leggi superate e produzione di testi unici per ciascun tema.

Lo sveltimento del processo legislativo, dove veramente occorra, si otterrebbe semplicemente aggiornando i regolamenti delle Camere, altro che la Costituzione!

Non ho approfondito la parte le relativa alle Regioni, dato che il referendum è uno solo e soprattutto conta la riforma del processo legislativo. Faccio però notare che si tratta di una riforma delle pasticciate riforme precedenti, che mi sembra semplicemente rivolta a ridurre i poteri delle Regioni, mantenendo comunque un garbuglio di attribuzioni simile al precedente.

Tra le altre midifiche alla Costituzione c'è quella che abolisce le Province. A mio modesto parere, la pratica sta ampiamente dimostrando che non si dovevano abolire le Province, che svolgevano attività amministrativa utile, ma semmai le Regioni, che si comportano come mini-stati riproducendo tutti i problemi della politica nazionale. In effetti si sta cercando di ridurne i poteri! L'Italia non è così grande da non poter gestire centralmente sanità e ambiente, per esempio. Mentre le Province, più vicine al territorio ed omogenee al proprio interno, erano molto più efficaci nel gestire specifiche questioni prettamente locali ed amministrative.

Sarebbe stata anche l'occasione per abolire le Regioni a statuto speciale, ma non mi dilungo qui, non essendo la cosa oggetto del referendum.

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Una riforma di parte

Affrontiamo qui un altro punto essenziale: la Costituzione, come fondamento della Repubblica, deve essere fondata sul consenso più vasto possibile. Qui si parla di principi, non di questioni particolari. Si tratta delle regole del gioco, non del suo svolgimento.

Dovrebbe essere evidente che le regole del gioco non devono essere di parte, ma sono il fondamento che tutti riconoscono come valido ed indiscusso. Certo si possono cambiare, ma farlo richiede l'accordo di tutti. Qualunque modifica alla Costituzione deve risultare dal più vasto consenso possibile.

Ma questo parlamento eletto con una legge incostituzionale sta proponendo una vera e propria riforma, non condivisa da tutti ma imposta dalla maggioranza di governo, una maggioranza il cui riscontro tra gli elettori è dubbio, tanto che l'esito del referendum è incerto.

In sintesi, una riforma Costituzionale di parte, che contraddice la natura stessa di ciò che si intende per una costituzione e la sua eventuale riforma.

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Conclusione: NO

Abbiamo dunque visto che:

  1. Questa riforma è stata prodotta inopportunamente, da un parlamento delegittimato;
  2. E' molto complessa, ma dobbiamo votarla tutta insieme, prendere o lasciare;
  3. E' scritta male, in modo prolisso e confuso;
  4. Non abolisce il Senato, lo trasforma in un'assemblea del tempo libero per alcuni rappresentanti locali con prerogative mal definite e sostanzialmente inutili;
  5. Dove conta, cerca di trasformare il Parlamento in una sorta di ufficio timbri, che deve solo confermare quanto fatto dal Governo;
  6. E' una riforma di parte, non condivisa come dovrebbe essere una modifica sostanziale della Costituzione.

Conclusione: io voterò No.

Alberto Cavallo

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